La regione delle meraviglie

Mai nome fu più azzeccato. Era come il mondo di Alice dove tutto funzionava al contrario e tu impazzivi fino ad arrivare a perdere completamente e letteralmente la testa regalandola alla regina di cuori.

O come il paese dei balocchi in cui passavi una vita a giocare e divertirti prima di accorgerti che ti eri trasformato in un asino e che ti avevano già venduto al miglior offerente.

La regione Lazio era così, ti adescava con le belle parole, ti faceva impazzire con la burocrazia e al momento buono, ZAC.

Quell’anno, per utilizzare i soldi della comunità europea, emise un bando dal nome tanto ridicolo quando sbeffeggiante: Torno Subito.

Evidentemente per paura che i cosiddetti giovani se ne andassero per sempre, mettendo le loro brillanti menti al servizio di paesi stranieri più ospitali, la regione Lazio ribaltò le carte in tavola dicendo agli studenti e ai laureati: fatevi un’esperienza all’estero, ve la paghiamo noi e poi tornate a regalarci il vostro sapere.

Regalare: non ho usato una parola a caso. Non è che ti chiamavano indietro per farti lavorare. Ti facevano fare un tirocinio di sei mesi per il quale ti davano una paga di 600 euro, per un minimo di 80 ore mensili. Se volevi potevi fartene di più, ma a tuo discapito, il budget quello era e quello restava.

La cosa funzionava così: dovevi scegliere un corso di formazione di durata da tre mesi a un anno, da seguire all’estero o in una regione d’Italia che non fosse il Lazio, un master, una laurea, un corso di fotografia o di lingue, non c’erano limiti, se non di tempo e di budget. Loro ti davano i soldi per pagare il corso, soldi che dovevi rendicontare centesimo per centesimo, pagando con metodi tracciabili, annullando le ricevute con una scritta che doveva essere la stessa per tutti, e mandando copia delle ore del corso seguite, un minimo di 80, firmate ora per ora, giorno per giorno dagli insegnanti e timbrate dall’ente. Infine si doveva mandare un attestato di frequenza.

Inoltre veniva pagato un contributo che doveva coprire le spese di vitto e alloggio nel paese dove si svolgeva l’esperienza di formazione. Questi soldi non erano rendicontati, perché la regione sapeva benissimo che il budget non sarebbe mai bastato a coprire tutte le spese, specialmente in posti dove il costo della vita era alto.

Molti enti, soprattutto aziende ti proponevano i loro corsi realizzati ad hoc, che rientravano perfettamente nei tempi e nel budget previsti dal bando, ma la regione ci teneva a puntualizzare che nessun ente era convenzionato con essa e che la scelta dell’ente con cui realizzare il proprio progetto era illimitata.

Da abbinare al corso di formazione, c’era un tirocinio da fare al ritorno nel Lazio, che non era forzatamente legato all’ente presso cui si seguiva il corso.

Tutto iniziava l’estate: dovevi presentare entro giugno un progetto e mandarlo al vaglio della regione. Ti venivano dati dei punti se il progetto era coerente con quello che avevi studiato, se la formazione era coerente col tirocinio, se dimostravi interesse e passione e se dichiaravi un reddito basso. Poi entro settembre ti facevano sapere se il tuo progetto sarebbe stato finanziato e se la risposta era positiva, ti invitavano a firmare una convenzione con la regione a una cerimonia in cui più di 2000 persone erano stipate in uno stanzone ad ascoltare il presidente della regione che si faceva bello per la sua geniale trovata su come investire i soldi europei per i giovani, e dove ti spiegavano come seguire i vari iter burocratici del progetto.

A quest’incontro erano presenti anche compagnie assicurative, con le quali la regione ci teneva a precisare che non era convenzionata, ma che di fatto erano le uniche a sapere benissimo come fare la polizza fideiussoria, che corrispondeva al 3% del budget totale che la regione ti metteva a disposizione per il tuo progetto. Tale polizza era una garanzia dei soldi che la regione avrebbe dovuto sborsare e andava pagata prima di poter richiedere il finanziamento di un progetto, dal richiedente stesso. Solo quando avevi pagato la polizza, potevi richiedere i soldi della fase 1 per pagare il corso che ti accingevi a seguire, e bisognava fare la richiesta subito, perché da questa all’arrivo dei soldi passavano almeno due mesi, durante i quali rischiavi di ritrovarti in un paese straniero a sostenere spese non previste o ad anticipare migliaia di euro per la formazione, poiché non sempre gli enti erano disposti ad attendere che arrivassero i soldi pubblici per essere pagati. Perciò molti progetti saltavano perché non tutti ce la facevano a sostenere i costi.

Dopo due mesi ti arrivavano finalmente i soldi che erano così ripartiti: tra i 6000 e i 12000 euro per la formazione, che dovevi rigirare immediatamente all’ente interessato mediante bonifico, poco più di 1000/2000 euro (a seconda della durata della formazione) per vitto e alloggio, tassati con l’IRPEF al 24% e il rimborso della polizza fideiussoria che in qualche modo compensava la tassazione sul rimborso spese perciò alla fine i soldi più o meno tornavano tutti e sembrava tutto regolare.

Poi ritornavi nel Lazio e cominciava la famigerata fase del tirocinio.

C’è da anticipare una cosa: durante tutta la durata del progetto non potevi avere un contratto di lavoro: significa che o lavoravi in nero, oppure avevi genitori che ti aiutavano. Perché i primi soldi del tirocinio li potevi richiedere dopo tre mesi dall’inizio di esso.

Perciò, sempre che nel frattempo non eri morto di fame o di esaurimento nervoso, alla fine dei tre mesi potevi finalmente prendere tutti i moduli dove avevi segnato ora per ora tutto il lavoro svolto fino a quel momento, firmato rigo per rigo, e l’attestato di frequenza, inviarli alla regione e aspettare l’atteso rimborso che poi arrivava anch’esso tassato al 24% di IRPEF.

Molti rinunciavano al progetto quando capivano l’antifona perché si stufavano. Ma per non dover restituire i soldi presi durante la prima fase, bisognava fare almeno tre mesi di tirocinio. Tre mesi di sfruttamento. Perché molti tirocinanti erano schiavizzati, messi a fare lavori di manovalanza che non c’entravano con il lavoro che avrebbero dovuto fare, spesso a tempo pieno senza aver nemmeno il tempo di respirare. Non solo. Spesso i tirocini erano fatti presso aziende perché ti ci avvicinavi con la prospettiva, o per meglio dire la speranza che, finita la fase di apprendimento, ti assumessero. Invece le aziende approfittavano del tuo lavoro per quel periodo e ti licenziavano al momento opportuno, in modo da poter avere sempre manodopera gratis da sfruttare.

C’era anche chi trovava lavoro e rinunciava a Torno Subito, si salvava appena in tempo.

Di fatto si trattava di una forma di schiavitù legalizzata e legittimata da un’amministrazione pubblica allo sbando che per non ammettere il suo fallimento, ti adescava promettendoti sogni di gloria e ti usava per soddisfare i biechi scopi di aziende, agenzie assicurative, agenzie immobiliari, compagnie aeree, navali, agenzie di viaggi, etc.. Senza contare che incentivava il lavoro in nero.

Da notare l’estremo scompenso tra i soldi che ti davano per pagare il corso di formazione e quelli che ti rimborsavano per il tuo lavoro di tirocinio: le ore minime da svolgere ogni mese erano sempre 80, ma quello che pagavi per la formazione era un quintuplo di quello che ti davano per lavorare.

L’economia girava, si, ma sulla pelle di “giovani” studenti e laureati appena sfornati dall’università senza la prospettiva di un futuro nel proprio paese.

Questo perché vigeva l’idea che i giovani studenti e laureati si dovessero spremere fino al midollo, che prima di riuscire nella vita dovevano farsi le ossa. Insomma dei giovani studenti e laureati si poteva fare quello che si voleva, si potevano ricattare, sfruttare, farli lavorare in nero. Perché i giovani studenti e laureati erano una risorsa.

Kukumi88

11 giugno 2018

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Primavera e fiori

A Ispica arrivava quando il pruno in giardino si riempiva di piccoli fiorellini bianchi.

Durava qualche settimana o meno.

A Centocelle, invece, era preannunciata dai fiorellini rosa sugli alberi a bordo strada, i quali presto sarebbero stati ricoperti di ampie foglie rosse, che avrebbero colorato il grigio asfalto, le buche lasciate dalla neve appena sciolta, l’immondizia.

Perché quattro nevicate c’erano state e tre diverse amministrazioni si erano avvicendate, ma le buche persistevano ancora, il Tevere straripava alle piogge di marzo, l’immondizia giaceva sempre fuori dai cassonetti, il tram si bloccava ogni giorno a Largo Preneste intorno alle 14.

E i fiori sbocciavano a bordo strada.

Dafne Rossi

15 marzo 2018

 

Lungotevere cap. 5 – La foce

La foce

Tornati a Roma, i due viaggiatori ripresero gradualmente le loro abituali attività. Passò qualche settimana e finalmente si decisero a completare il loro lungo viaggio e andare a vedere cosa c’era alla foce del Tevere che inizialmente avevano saltato per la difficoltà di arrivare fin lì in bicicletta. Non era solo questo, però, ad averli fatti desistere: sapevano che verso la foce il viaggio non sarebbe stato altrettanto piacevole.

Questa volta infatti, presero il trenino. Non per tutto il tragitto, solo fino a Ponte Galeria alle porte di Roma.

Imboccarono la Portuense, il Tevere ce l’avevano sulla sinistra, ma non si vedeva. Era una landa di terra desolata. Sulla destra c’era un lungo muro grigio sormontato dal filo spinato. Era il luogo di cui avevano spesso sentito parlare ma che non avevano mai visto, che sapevano essere terra di miseria, terrore e spesso anche morte. Dentro quei muri ci vivevano persone arrivate da altri paesi clandestinamente, ma più che vivere, sarebbe più giusto dire che tentavano di sopravvivere come potevano. Erano uomini, donne e bambini che, affrontavano lunghissimi viaggi stipati a centinaia su barconi molto piccoli, o meglio, erano coloro che riuscivano ad arrivare sani e salvi dopo questi viaggi. Una volta sul suolo italiano, i sopravvissuti erano spediti qui, nei “centri di accoglienza”, in teoria per avere un pasto caldo e un letto, in realtà, erano imprigionati, con l’accusa di essere clandestini, costretti a vivere in condizioni disumane, senza le minime garanzie igienico- sanitari. Tutto ciò in attesa di ricevere un permesso di soggiorno (ammesso che riuscissero a richiederlo), o un foglio di via che li costringesse ad andar via dall’Italia in teoria, in pratica che li avrebbe lasciati liberi di andar ovunque senza controllo alcuno. Questa era dunque la situazione quando i due viaggiatori passarono davanti al Cie di Ponte Galeria.

Un sacco di soldi delle tasse degli Italiani finivano a finanziare i Cie, ma per mantenere cosa? E chi? Quali interessi alti, quali giri d’affari si facevano sulla pelle di tutte quelle persone?

Quegli affari avevano a che fare non solo con la cosiddetta accoglienza, ma anche con tutto il sistema di partenze a arrivi. Un filo di mafia e denaro che legava direttamente l’Africa e l’intera penisola italica, stringendo al centro la Sicilia, che era il punto di arrivo e smistamento. Ciò riguardava soprattutto chi veniva dalle coste Africane, ma molta gente da altri paesi, con dinamiche simili e per gli stessi interessi, arrivava in Italia e finiva lì.

Se la prima parte della via Tiberina era stata un inferno, che però piano piano si abbelliva e diventava sempre più gradevole fino a trasformarsi in qualcosa di più simile al paradiso, ora il paesaggio diventava sempre più brutto e squallido ogni metro che percorrevano. Il dio Tiberino, che tanto li aveva accompagnati durante il viaggio verso la sorgente, ora sembrava averli del tutto abbandonati. E così Artemide, visto che ormai non c’era nemmeno l’ombra di un albero.

Dopo il Cie c’erano la sede della polizia e la zona militare, un edificio verde circondato da filo spinato. E subito appresso, quello che era il trionfo del cemento, due grossi centri commerciali, uno dietro l’altro, Fiera di Roma e Parco Leonardo. Sembrava di vivere in un film di fantascienza, era la realizzazione degli incubi peggiori dell’umanità. Non solo il cemento, ma una nuova concezione della vita delle persone e della quotidianità. La cancellazione della struttura urbana, con le piazze, i quartieri, le isole pedonali, del paesino, con le case basse e i vicoli, della campagna, con le cascine isolate in mezzo a distese di terra. Un paesaggio umano totalmente diverso: un mondo fatto di macchine, con solo spazi chiusi per camminare, spazi dove si poteva andare esclusivamente per consumare e comprare. Le case erano appartamenti con il balcone che dava sulla superstrada da un lato e sopra il centro commerciale dall’altro, e nel raggio di chilometri non c’era nulla, perciò la domenica, se non si aveva da lavorare e non si volevano fare chilometri in automobile, l’unico modo per svagarsi e passare una giornata diversa fuori dalla routine quotidiana, era andare al centro commerciale. Così, in sintesi, era pensata la vita delle persone, lavoro- casa- centro commerciale- consumo, senza precisare che il consumo serviva a dare soldi ai grandi imprenditori e ai commercianti, mentre il concetto di benessere promesso era del tutto parziale: non erano tenute in conto, infatti quelle cose importanti, tipo gli spazi aperti, dove respirare aria fresca, stare a contatto con la natura, socializzare con le persone, o i luoghi di condivisione della cultura come le biblioteche. In sostanza i soldi non calcolavano minimamente tutto quello che andava sotto il nome di benessere fisico e mentale, quello che non si poteva comprare. I due viaggiatori pensarono che in definitiva, era molto più gratificante abitare in pieno centro di Roma, con il caos di auto e turisti, ma almeno con le sue piazze, i parchi, il Tevere sotto i bellissimi ponti in pietra sorvolato da gabbiani e altre creature volanti, che in questo mondo di cemento, asfalto e lamiere con il fiume nascosto chissà dove che si portava dietro e fino al mare smog, plastica e liquami.

I due proseguirono col cuore sempre più pesante. Era tutto un susseguirsi di piazzole e spianate in cemento, ai cui bordi tentava timidamente di crescere qualche erba spontanea, con scarso successo, di edifici ultramoderni che si stagliavano in mezzo al nulla, di tubi che si incrociavano tra loro coperti da cupole di metallo, che formavano un vero e proprio labirinto, che non si sapeva dove iniziava e dove andava a finire, e soprattutto a cosa servisse: trovarsi a camminare in quei corridoi soprattutto di notte, poteva significare rimanerci a vagare per sempre.

La terra intorno era sempre più brulla e più spoglia e il Tevere continuava a scorrere chissà dove alla loro sinistra, ma non lo vedevano.

Sulla destra, in lontananza, videro i primi aerei atterrare su quelle che erano le piste dell’aeroporto di Fiumicino. Quello era il motivo per cui non potevano arrivare in treno a Fiumicino paese: il treno dal paese non ci passava più, ma arrivava direttamente all’aeroporto, che era un’isoletta circondata dall’autostrada. Arrivarci in bicicletta o partire da lì con tale mezzo era praticamente impossibile, sia perché vietato, sia perché pericoloso, a meno che non si avessero tendenze suicide.

Passarono in mezzo alle prime case del paese, o sarebbe meglio dire le prime costruzioni dalle forme bizzarre e dai colori accesi: sembrava che quel posto fosse stato scelto appositamente per dare sfogo alla fantasia di architetti e costruttori, avviando una gara a chi avesse realizzato l’edificio più brutto. Così si era creata una sequenza di edifici costruiti senza criterio alcuno, che era difficile pensare collettivamente come paese. C’erano anche sulla strada delle lunghissime reti totalmente ricoperte da piante di gelsomino, che non lasciavano intravedere ciò che c’era al di là di esse. Assunta immaginava ci potessero essere grandi ville con piscina, cantieri di centri commerciali, bische clandestine o cadaveri occultati.

Adesso si vedevano meglio le piste di atterraggio dell’aeroporto. Assunta pensò che si sentiva parlare sempre di Ciampino e di tutte le proteste che ne erano seguite e ne seguivano, ma mai si parlava di Fiumicino che non pochi problemi doveva avere per la presenza dell’aeroporto. E di giri di soldi e di affari loschi sicuramente ce n’erano anche là. Certo, essendo l’aeroporto principale di Roma, non è che si poteva protestare così, semplicemente, dicendo da un giorno all’altro “Smantelliamolo”. Però il problema c’era e sembrava che nessuno se lo ponesse.

Finalmente trovarono il fiume, o sarebbe meglio dire che il fiume trovò loro. Era uno dei due canali del Tevere che sfociava nel Tirreno: il canale artificiale fatto in altre epoche dai romani che passava proprio in mezzo al paese dividendo in due la strada principale: sopra vi passavano parecchi ponti. I due attraversarono un ponte particolare, perché quando c’erano le navi più grosse, veniva periodicamente alzato per lasciarle passare. Dall’altro lato del canale, davanti a una casa e in mezzo a un capannello di gente, c’era un’auto fracassata e capovolta. Assunta fu presa dalla rabbia mista a tristezza. Pensò che l’autista doveva non solo correre, ma correre come un forsennato, per di più in pieno centro abitato.

Arrivarono alla fine del canale, laddove il fiume diventava mare e il mare si mescolava col fiume, ora non c’era più differenza tra l’uno e l’altro, erano diventati un tutt’uno.

Erano al porto, con le navi attraccate, le corde arrotolate e i pescatori che prendevano pesci di fiume o di mare. Restarono seduti sul molo a contemplare il paesaggio pensando al fiume e al mare che si univano in un solo corpo. Nonostante lo squallore generale del luogo, i porti avevano sempre un loro fascino e per un bel po’ ne rimasero incantati. C’è anche da dire che di tutto il tragitto da Ponte Galeria in poi, e anche del tratto che sarebbe seguito, quello fu l’unico punto che a suo modo si poteva definire bello che incontrarono e se lo godettero fino in fondo. Ecco dove andava a finire in parte quell’acqua che avevano visto sgorgare come un rubinetto giorni addietro sul Monte Fumaiolo e poi colare giù per la montagna, goccia dopo goccia.

Ripartirono costeggiando il lungomare. La sabbia scura, i bagnanti, le bancarelle sulla strada, gli stabilimenti che impedivano l’accesso libero alla spiaggia.

Per Assunta era assurdo che la così tanta gente venisse anche da fuori per farsi il bagno in quell’acqua lurida del porto, e che fosse disposta anche a pagare per andare in spiaggia. Era come quando a Rodi, in Grecia, vedeva i turisti che appena arrivati sull’isola si facevano il bagno vicino al porto, l’unico punto di mare sporco di tutta l’isola. Il che la diceva lunga sul fatto che i turisti non avevano mai visto mare bello o anche semplicemente mare. Comunque il paragone non reggeva perché a Rodi perfino la spiaggia vicino al porto era sicuramente più pulita e più suggestiva di Fiumicino e perché in tutta l’isola non c’erano stabilimenti, non si pagava per accedere alle spiagge, ognuno era libero di fare come voleva.

Uscirono dal paese e presero una lunga strada piena di villette dove vivevano paesani arricchiti che avevano scelto di farsi la casa in una zona un po’ chic, o forse poveracci che per avere una casa di proprietà erano stati costretti a farsela alla periferia della periferia. Scegliete voi da che punto di vista vedere la cosa.

Qui almeno, diceva il Ninja, le casette erano carine tutto sommato e in effetti ognuno le aveva abbellite a proprio piacimento e secondo il proprio gusto.

Questa strada fiancheggiava il canale principale del Tevere e si allontanava dal mare. Tra gli alberi e i cespugli spuntavano le cime degli alberi maestri delle barche a vela e degli yacht, perché qui, come spiegò il Ninja ad Assunta, ci venivano i ricconi a parcheggiare i loro natanti. Così, in mezzo alla miseria, allo scempio che veniva costantemente fatto del paesaggio, all’abuso edilizio, c’era gente con pacchi di soldi in tasca che beveva coppe di champagne sdraiata a prendere il sole sui suoi yacht. Tutto diventava sempre più assurdo, si perdevano i confini della realtà, i contorni delle cose. Era come vivere una storia di fantascienza.

Arrivarono sull’autostrada, ma la scansarono, attraversarono un ponte e si ritrovarono il canale dal lato opposto. Lo risalirono andando di nuovo verso il mare. Da questo lato del fiume si arrivava a Ostia. Il paesaggio era più verde e leggermente più gradevole. Anche qui si intravedevano le barche sul fiume. Prima di svoltare per Ostia, andarono a vedere dove sfociava il canale.

Di colpo, ebbero la sensazione di essere sbarcati alla periferia di qualche grande città del Sud America, o dell’India, sembrava di essere tra le baracche di New Delhi o alle favelas di Rio de Janeiro. Almeno così si immaginava Assunta che fossero quei posti che lei non aveva visto, ma il Ninja che c’era stato in India e aveva visto, le confermò i suoi pensieri.

“Yuri, Yuri!”.

Una donna chiamava il figlio a gran voce per dirgli di andare a casa a mangiare. Avanzava sotto la luce del sole del primo pomeriggio calpestando pietrisco e vetri rotti, oltre ad altri materiali non ben identificati. Tra i sacchi della spazzatura un cane rachitico e con chissà quante e quali malattie, rovistava cercando qualcosa da mangiare. Oltre le casette, iniziava una specie di spiaggia dove andava a finire il canale, e dove un gruppo di rumeni si affaccendava intorno a un’auto forse rubata. I due chiesero loro se da là si poteva continuare, ma il gruppo di uomini disse loro che era meglio tornare indietro dalla strada che avevano fatto. Si guardarono un po’ intorno, poi fecero dietrofront senza scattare foto e senza indugiare troppo. Incontrarono la donna che veniva verso di loro, tornando verso casa sua: “Dice che non ha fame”.

I due si incamminarono verso Ostia.

In mezzo a un paesaggio desolato, passarono davanti al parco dedicato a Pasolini. Così diceva la targa, ma più che un parco era un insieme di quattro alberelli con una lapide in mezzo circondato da una rete metallica e chiuso da un pesante cancello con tanto di catenaccio. Non era certo una bellezza, ma almeno si conservava la memoria dell’assassinio avvenuto proprio in quei luoghi.

Due grossi cani neri sbucarono dai cespugli dall’altro lato della strada. Assunta ebbe un po’ paura che si mettessero a rincorrere le biciclette, ma i due animali non fecero molto caso a loro e si mostrarono tranquilli.

Pedalarono più in fretta che poterono e arrivarono di nuovo al mare. A Ostia. Gli stabilimenti, ormai definitivamente aperti per l’estate, i bar e i ristoranti di pesce, l’acqua dalla consistenza oleosa, i turisti, dall’altro lato le villette, un po’ più curate di Fiumicino, che davano nell’insieme l’idea di una vera e propria cittadina di mare.

 

Dafne Rossi

aprile 2014

Lungotevere cap. 4 – Alle balze

Alla fine di un lungo tornante, dopo aver superato un grande prato, arrivarono in un centro abitato (poche case sulla montagna), Le Ville di Monte Coronaro.

Davanti a una piazzetta con una targa dedicata forse a un precedente sindaco del paese, o comunque a un qualche personaggio storico importante, si fermarono a parlare con un gruppo di ciclisti che chiedevano informazioni sulla strada da prendere. Dovevano fare un viaggio fino in Umbria, erano però seguiti da un’auto. La pausa fu provvidenziale. Fu grazie a questa interruzione che videro il bar dove si fermarono a mangiare. Fu così che videro il cartello B&B, proprio dietro al bancone. Fu così che il proprietario del bar affittò loro l’unica stanza che aveva, probabilmente aveva appena avuto l’idea di iniziare quel genere di attività e infatti anche il prezzo che fece loro fu molto conveniente. Fu così che poterono lasciare tutti i bagagli e salire verso la cima del monte Fumaiolo con le biciclette finalmente leggere.


Il monte Fumaiolo

La strada era sempre più bella e più deserta. Continuavano a salire. Zone ricche di vegetazione si alternavano a paesaggi quasi lunari dove c’era solo roccia a perdita d’occhio. Le nuvole si infittivano sopra le loro teste e improvvisamente iniziò a piovere. La pioggia divenne grandine. A un tratto nemmeno le mantelle bastarono a ripararli completamente. Stavolta fu Artemide, la dea dei boschi e della luna, che fino a quel momento aveva vegliato su di loro nelle sembianze della bicicletta di Assunta, ad aiutarli. Videro infatti un cimitero dove si infilarono subito. Si rifugiarono sotto una tettoia e attesero. Appesero subito le mantelle cercando di farle asciugare su delle barre di ferro, e si coprirono quanto più poterono con la roba asciutta che avevano. Due operai li osservavano dalla cappelletta poco sopra di loro. Per passare il tempo si misero a guardare i nomi delle persone sulle tombe. Nomi di altre epoche, alcuni usati ancora anche se rari, ma ormai improponibili. Le donne avevano tutte il cognome del marito accanto a quello loro. Se non erano state mogli erano state vedove. Una donna non legata a un uomo non era concepibile.

Sembrava che non la smettesse più di piovere. C’era vento e freddo. Ogni volta che facevano capolino fuori dalla tettoia riprendeva a tuonare. Ma ormai i tuoni si allontanavano sempre più. Infatti dopo un po’ la pioggia cessò. Risalirono in sella. Ormai erano vicini. Erano alle Balze. L’ultimo paese prima delle sorgenti. Arrivati al paese andarono a prendere una cioccolata calda al bar. C’era un gruppo di ciclisti tedeschi che faceva un gran baccano (versione tedesca dei nonni coriandolo). Si muovevano per la grande sala riscaldata da un camino armeggiando con delle buste di plastica che si legavano intorno alle scarpe per non bagnarsi. Oltre allo spreco enorme di plastica, era un lavoro abbastanza inutile dato che ormai aveva smesso di piovere. Certo, il tempo in montagna è imprevedibile, ma ormai era improbabile che tornasse la pioggia forte ed era già un’ora tarda per allontanarsi troppo da quei luoghi. I tedeschi uscirono dal bar lasciando un tavolo stracolmo di bicchieri di birra e tovaglioli. Il cameriere che andò a sparecchiare raccolse però anche una marea di monete che tintinnarono cadendo nelle sue mani.

I due viaggiatori, ormai quasi alla meta, seguirono le indicazioni per le sorgenti. Sul ripido sentiero in salita che imboccarono, c’era una chiesetta dedicata alla madonna dell’apparizione, probabilmente quella vista dai ciclisti che riuscivano ad arrivare vivi in cima, stremati dalla fatica e bagnati fradici dalla pioggia. Poi la strada si interrompeva. C’era un bosco di faggi e una scala che saliva in mezzo al bosco. Il fiume ormai ridotto a un rigagnolo, una piccola cascata che goccia a goccia, dalla montagna scendeva verso valle. La terra, il fango e le foglie cadute davano un colore rossastro al terreno. Non potevano più andare in bicicletta. Così lasciarono le bici legate a una ringhiera e salirono. Ora erano solo loro e il bosco e dopo un po’ di salita, non c’era più nulla di costruito.

Come erano le sorgenti del Tevere? Siete voi che lo dovete immaginare. Raccontare tutti i dettagli potrebbe essere deludente rispetto a quello che uno si aspetta e comunque non renderebbe merito al luogo che sarebbe poco chiamare meraviglioso. Eppure ci sono cose lì che lascerebbero parecchio perplessi. Perciò se volete sapere come sono le sorgenti del Tevere non avete che da arrampicarvi fin lassù e scoprirlo da voi. L’impressione che se ne ricava è troppo personale per poterla descrivere e condividere.

E poi forse non è importante sapere cosa c’era all’arrivo. La cosa davvero importante era fare il viaggio, osservare il territorio che così tanto è segnato dalla presenza del fiume e arrivare all’origine di tutto questo. Capire come quello che nasce come un piccolo torrente di montagna ha non solo segnato la geografia e la storia di ben tre regioni, ma anche dato origine a quella che è stata una delle città più importanti nella storia sia d’Italia che dell’Europa occidentale e orientale.

Vi dirò soltanto che i due viaggiatori non tornarono da lassù a mani vuote. In cambio delle loro fatiche, infatti, il Tiberino lasciò loro portar via quella che era forse la cosa più preziosa che aveva: la sua acqua fresca, limpida e buona.

Dopo essere discesi dal Monte Fumaiolo a una velocità supersonica, andarono a mangiare a Monte Coronaro, in una trattoria alla quale si poteva arrivare attraversando un lungo sentiero nel mezzo del bosco, evitando la strada. Camminarono in mezzo agli alberi, circondati dal verde, mentre faceva buio lentamente. Il Tevere scorreva un po’ più giù rispetto a loro come un piccolo torrente di montagna e fiori colorati sbocciavano dappertutto. Poi gli alberi si diradarono e nel cielo che diventava scuro, si stagliarono, come apparse dal nulla le prime case. Subito trovarono le indicazioni per la trattoria.

Il viaggio di ritorno fu altrettanto avventuroso. Prima di tornare a Roma, attraversarono ancora altre montagne per andare a trovare la sorella del Ninja che abitava da quelle parti.

Altri tornanti, boschi, valli, altri fiumi, valichi che furono teatro di momenti tristi nella storia, poiché lì trovarono la morte i partigiani. Paesi sperduti tra le montagne, nei cui bar si riunivano gli uomini a giocare a carte e bere, dove il circolo A.N.P.I organizzava continuamente iniziative in ricordo della resistenza, dove le vie portavano nomi di patrioti e comunisti. E poi anche l’altra anima di queste regioni: Predappio, il paese di nascita di Mussolini, dove i fascisti convinti facevano i pellegrinaggi annuali in occasione delle date per loro storiche (come la nascita del Duce) tornando poi a casa con certi souvenir.

Una natura rigogliosa, alberi e cespugli che formavano sulla montagna macchie di varie tonalità di verde in mezzo a cui brillavano puntini variopinti. Terre fertili segnate da fiumi, dove si viveva di agricoltura e allevamento, ma anche di fabbriche. Regioni un tempo ricche, mete di migranti dal sud, diventate poi poverissime, dove i più “fortunati” lavoravano sfruttati per le più rinomate fabbriche italiane.

Terra di confine, un tempo appartenente alla Toscana, da dove partiva la via antica che portava a Firenze.

Cieli grigi ma suggestivi, e il vento che soffiava e ululava, che sorprendeva i due viaggiatori dietro ogni tornante, a volte gli andava contro, a volte tentava di farli cadere, a volte invece ce l’avevano a favore e sembrava spingerli per il verso giusto.

Il vento muoveva le spighe nei campi, “al petna i camp e l’erba in di pree” (pettina i campi e l’erba nei prati) come diceva una canzone dei Modena City Ramblers, ululava e si perdeva tra le montagne.

 

Dafne Rossi

aprile 2014

Lungotevere cap. 3 – La verde Toscana

Pieve Santo Stefano

Lasciata Città di Castello i due proseguirono verso Pieve Santo Stefano. Erano ancora in pianura e infatti anche quella giornata fu tranquilla.

Attraversarono il Tevere e arrivarono a un bivio. Naturalmente niente indicazioni. Una strada passava sotto la superstrada, l’altra andava dritto chissà dove avvicinandovisi pericolosamente. Optarono per la prima. Un vecchietto su una vecchia bicicletta senza marce, disse loro di andare nell’altra direzione che da là non si passava. Così svoltarono per l’altra via che, scoprirono, passava anch’essa sotto la superstrada. Oltrepassato il fiume, videro che la strada che il vecchietto gli aveva detto di evitare, continuava su un ponte antico sul fiume, arrivava su un sentiero bianco che a sua volta si interrompeva e continuava sulla via asfaltata sulla quale si trovavano adesso. Era strano che il vecchio li avesse sviati poiché il ponte sembrava ancora in buono stato. Continuarono per una via di campagna e riattraversavano il Tevere in un punto dove si creava una secca proprio in mezzo. Da qua in poi, il fondo del fiume sarebbe stato roccioso e l’acqua iniziava a diventare sempre meno. Si andava nell’alta valle del Tevere.

In mezzo ai campi videro una casa di pietra con una croce sopra. Non era una casa. Una donna confermò loro che era una chiesa e aggiunse che c’era un morto dentro. Per rispetto del morto, a dispetto della loro curiosità non entrarono e proseguirono. Ormai erano definitivamente in Toscana, regione dell’acca aspirata, dei casolari di campagna in pietra, delle verdi valli, le vigne e ancor più che l’Umbria, gruppi di case in mezzo alla campagna identificate come paesi o frazioni di essi.

Oltrepassarono una casa davanti alla quale c’erano in mostra diverse biciclette, per lo più da bambino, che si vendevano, mentre, di fronte ad esse erano esposte spalliere metalliche di letti.

Un cartello diceva “area videosorvegliata”, evidentemente nel caso qualcuno si fosse sognato di rubare qualcosa. Non riuscirono ad accertare la veridicità del cartello. Era tutto deserto.

Più avanti videro un’altra chiesa; anch’essa si poteva tranquillamente scambiare per una casa. Sbirciarono attraverso le crepe nei muri: sembrava tutto in rovina. Le panchine rotte, i muri crollati, le ragnatele e i rovi crescevano dappertutto. Un cartello diceva che si trattava di una proprietà privata ed era proibito entrarvi. In realtà chi aveva messo quel cartello voleva evitare semplicemente di assumersi ogni responsabilità nel caso che chi si fosse addentrato all’interno dell’edificio si fosse fatto male; infatti, una donna che passava di là disse loro che la chiesa veniva aperta regolarmente e vi si svolgevano anche le messe.

Continuando sulle strade bianche, arrivarono nei pressi di un piccolo lago. Si fermarono a riposare e si sdraiarono sull’erba.

Avete presente quelle storie di Paperino, in cui lui si mette sulla riva del lago a pisolare, sotto il sole del primo pomeriggio, e in men che non si dica si raccolgono le nuvole e comincia a piovere?

Ebbene, così successe ai due viaggiatori: si stesero con il sole a picco su di loro nell’ora più calda del pomeriggio. Nel giro di pochi minuti le nuvole coprirono il cielo e furono sopra di loro. Così si rialzarono e ripresero il cammino. Arrivarono vicino al fiume, scoprirono una bacheca su cui era disegnata una mappa muta della zona in cui si trovavano, era un’area protetta. Ma non c’erano nomi, né indicazioni di alcun tipo. Ma ecco arrivare il dio Tiberino in soccorso, stavolta sotto forma di un ciclista toscano molto cordiale che li indirizzò sulla via giusta.

Sotto nubi che si facevano sempre più oscure, e un cielo che da azzurro diventava grigio, la strada saliva di nuovo e sotto di loro il panorama diventava sempre più suggestivo. Il Tevere si allargava nuovamente e formava un altro lago, il lago di Montedoglio, anch’esso artificiale, mentre intorno ad esso si ergevano colline piene di boschi, campi, fattorie con galline ruspanti e caprette.

Attraversarono il lago. Poi di nuovo la massa d’acqua si restrinse e arrivarono su un altro ponte: là il fiume era di nuovo un torrentello che scorreva sulla roccia bianca. Passarono sotto l’autostrada e anziché prendere la via del paese, andarono verso il campeggio che sapevano di trovare lì, perché avevano contattato il proprietario per telefono; naturalmente, come al solito le indicazioni si sprecavano. Vi arrivarono dopo una ripidissima salita accidentata. Era un luogo per nulla tranquillo, come scoprirono ben presto, poiché si trovava proprio al di sopra dell’autostrada e oltre al sottofondo perenne delle auto rombanti, si sentiva il rumore dei cantieri (altrettanto perenni su quel tratto). Ma era economico, comodo e deserto, poiché si era ancora in bassa stagione. Ancora una volta però, non montarono la tenda che si portavano dietro inutilmente ormai da una settimana. Scoprirono che si affittavano le casette di legno, il costo era molto basso e optarono per avere un riparo. Dopo una buona mezz’ora che si trovavano lì, arrivò un uomo su un’auto, gli diede le chiavi della casetta e aprì i bagni. L’acqua però ci mise un po’ a scaldarsi, e la doccia fu mezza gelata. Poi restarono un po’ di tempo seduti sulla verandina a riposarsi. Una grossa chiocciola era accovacciata sulla pedana di legno accanto alle scalette della casa. Assunta tirò fuori il flauto che si era portata dietro, convinta che in viaggio avrebbe trovato sia il tempo sia la concentrazione adatta per potersi esercitare allo strumento. E in effetti riusciva a suonare un po’ ogni giorno in quei momenti di calma, subito dopo l’arrivo in un posto nuovo e appena prima di andare a cena. Ad un certo punto arrivò una donna, la figlia del proprietario, venuta a riscuotere l’affitto. Pagarono e poi andarono a mangiare a Pieve Santo Stefano. La strada principale era molto trafficata e inoltre era ormai quasi buio e ridiscendere dal sentiero accidentato in bicicletta poteva essere pericoloso, così lasciarono i loro veicoli legati alla meglio sulla veranda di legno e si avviarono a piedi. Camminavano attentissimi, a lato della via, che non aveva marciapiedi. Le auto sfrecciavano loro accanto a tutta velocità, e non c’erano luci a segnalare la presenza dei due viandanti. Questo episodio risvegliò in loro la paura per quel mezzo che poteva diventare veramente pericoloso, anche quando era guidato da una persona più tranquilla ed equilibrata. “Non conosco nessuno che non abbia mai avuto un incidente in auto, seppur insignificante”, disse il Ninja ad Assunta.

Così arrivarono a Pieve Santo Stefano, la città dei diari. Il comune infatti era noto per tenere un grosso archivio di diari di viaggiatori, e continuava ancora a raccoglierne.

Un altro ponte sul fiume. Un paese deserto, con pochi o nessun abitante, con diversi negozi, abbastanza fuori luogo per un paese così sperduto tra le montagne. In piazza c’era il bar dello sport (luogo che corrispondeva esattamente alle descrizioni di Stefano Benni, eccetto che per le paste, dato che i cornetti che mangiarono la mattina dopo sembravano abbastanza freschi e morbidi). Cenarono a una pizzeria, davanti alla quale c’era un’insegna dedicata a Giosuè Carducci e che riportava dei suoi versi, che i due ciclisti ritoccarono un po’ cambiando qualche parolina:

Cara Elvira,

Non potrei dire quante feste

mi abbiano fatto in questo paese:

nemmeno mi mandarono la banda

a sonare sotto le finestre.

Fui alla Verna:

sono stato alle sorgenti del Tevere:

vedessi per che vie m’è toccato a pedalare…

La notte, il campeggio era pieno di rumori. Assunta dormì poco, sentiva le auto che passavano continuamente molto sotto di loro; inoltre ad un certo punto sentì voci di persone e una macchina che si fermò proprio davanti alla casetta. La sua fantasia prese il volo, immaginò gente che era venuta fin lì, in quel posto deserto a rapinarli, pensò di svegliarsi al mattino e non trovare più le biciclette, ammesso che i rapinatori non avessero intenzioni peggiori. In realtà, si trattava probabilmente di altri viaggiatori venuti a pernottare lì.

La mattina dopo ripresero le biciclette e si lanciarono in discesa, attentissimi a non finire spiaccicati sul fondo: evitarono il corpo senza vita di un povero topino e ripresero la via per Pieve Santo Stefano. Nel Bar sport dove mangiarono, tutti i paesani erano già riuniti per la prima colazione e le loro voci risuonavano per l’ampia sala. Al tavolo accanto al loro delle signore confabulavano misteriosamente tra loro.

Sopra l’autostrada

Oltre la Pieve davanti a loro iniziava un paesaggio meraviglioso: non fosse stato per l’autostrada che passava esattamente in mezzo alle montagne tagliando la valle. Fuori dal paese un’altra targa, un’altra poesia, una lettera di Giovanni Papini, che descriveva un paesaggio per l’appunto bellissimo, una valle in cui scorreva il fiume contornata da monti pieni di neve: l’aver messo quella targa in quel punto era un’offesa per chi aveva scritto quelle righe anni prima, probabilmente in un periodo in cui di autostrada non se ne parlava nemmeno. Quest’autostrada non era soltanto uno scempio per il paesaggio. Era anche inutile, dato che era poco usata e in continua manutenzione visto che poggiava su un terreno tutt’altro che stabile.

Ma adesso si saliva e si entrava in mezzo ai boschi. La strada era deserta perché interrotta, e si perdeva fra gli alberi. Sopra c’era la montagna. In alcuni punti i boschi crescevano rigogliosi, in altri erano stati tagliati a raso e la roccia franava. Infatti era pieno di reti metalliche che avrebbero dovuto trattenere la roccia al posto della vegetazione. C’erano leggi molto ferree, spiegò il Ninja ad Assunta, che regolavano il taglio dei boschi decidui. Ma evidentemente molti se ne fregavano e tagliavano senza riguardo alcuno.

Sulla strada feci, tracce probabilmente di daini o caprioli. Sotto torrentelli, con piccole cascate qua e là e sorgenti, e il Tevere, ridotto ormai esso stesso a un torrente, col fondo di sassi bianchi.

Poi, sul fianco della montagna, sotto i pini, una fontana. Qui il territorio era segnato come riserva, ed era vietato cacciare. Qui un cartello indicava le specie protette che si potevano trovare in questo posto incantevole. Qui cambiava la provincia. E la regione. Si entrava in provincia di Forlì, si era in Romagna. Si continuava a salire.

 

Dafne Rossi

aprile 2014

Lungotevere cap. 2 – Su e giù per le colline umbre

Lago di Corbara

Attraversarono il fiume e stavolta passarono sotto la ferrovia. Di fronte a loro, un paese. Baschi. Uno di quei paesini medievali tutto in pietra arrampicato sulla roccia. Era ancora mezzogiorno. Andarono verso un ristorante che il Ninja conosceva. Lunedì chiuso. Fecero un giro per il paese. Sotto gli edifici in pietra e gli archi, c’era parecchio fresco. Passò una vecchietta, forse era cieca perché si muoveva con un bastone. Li sentì però. Chiese loro se era la prima volta che venivano là e insisté che dovevano visitare la chiesa in fondo alla viuzza se non l’avevano già fatto.

Non vi andarono però, tornarono sulla piazza, dove c’era una terrazza da cui si poteva ammirare un bel panorama e riempirono le borracce alla fontana.

Continuarono. Arrivarono al lago di Corbara.

Era questo un lago artificiale formato da una diga sul fiume. Una distesa d’acqua enorme, bloccata in un unico punto, che da sola serviva a dare elettricità probabilmente a tutta la regione. Un luogo dichiarato a rischio di attacco terroristico dopo che nel 2001 si era diffusa questa nuova paura, e proprio a partire da quell’anno, chiuso al pubblico: infatti, l’accesso al ponte che lo attraversava era sbarrato. Il panorama era stupendo, si saliva sempre più e sotto, in mezzo alle montagne l’azzurro. Sembrava quasi di stare sul mare.

C’era un ristorante con bella vista sul lago. Naturalmente chiuso. Così ripresero il viaggio. La strada saliva e saliva, il pomeriggio avanzava, erano le ore più calde. Sopra la testa il sole e giù molto più in giù l’acqua.

Attraversarono una protuberanza del lago e andarono avanti. Videro le indicazioni per Ponte di Cuti, una frazione di Todi.

Todi era il paese che volevano evitare a tutti i costi. Dire che stava in alto era poca cosa. C’erano tornanti e tornanti da superare per arrivarci.

A un certo punto il lago rimpiccioliva e il Tevere riprendeva il suo corso normale, restringendosi parecchio. Passarono per un ponte di ferro chiuso dove era scritto “Proprietà privata”. Al di là doveva esserci una qualche riserva forse di caccia, e si vedevano ogni tanto volare dei grossi falchi. Attraversarono il fiume più in giù.

Dopo qualche chilometro c’era un altro ponte (Ponte di Cuti, appunto). Al di là qualche casa e un bar. Chiuso. La strada prometteva altri chilometri e chilometri senza traccia di luoghi per approvvigionamento cibo, sui cartelli, infatti, bar e ristoranti apparivano lontani. Così si rassegnarono ad arrampicarsi sulla collina in direzione di Todi. Dopo un tempo non ben definito in cui Assunta non riusciva nemmeno a stare seduta sulla bicicletta e la spingeva a mano anche dove la pendenza diminuiva, videro un cartello apparso come per incanto: Todi, 2 chilometri.

Un po’ rincuorati, ripresero a salire. Incontrarono un vecchietto. Durante viaggi di questo tipo bisogna fidarsi sempre dei vecchietti e delle signore che si incontrano lungo la strada. L’uomo chiese loro dove fossero diretti e, dopo averli incoraggiati disse: “Ci vuole ancora un po’.”

Infatti, passati abbondantemente i due chilometri, si incontravano altri cartelli che indicavano ancora Todi tra 2 Km. Un ragazzo li indirizzò verso la strada giusta, poiché se avessero seguito le indicazioni la salita sarebbe stata peggiore, i cartelli infatti servivano per chi volesse prendere la navetta che portava in cima (peraltro i 2 Km si riferivano alla fermata, non ancora al paese). Camminarono ancora per un po’ e finalmente la Madonna intercedette per loro: apparve un’enorme chiesa.

Arrivati ai piedi della chiesa, circondata da un grande prato, videro una terrazza da cui si poteva ammirare il paesaggio e una strada con nuova indicazioni per il centro.

Il centro di Todi è ancora lassù che aspetta i due viaggiatori i quali non vi arrivarono mai. Per poterlo vedere, Assunta comprò una cartolina che lo raffigurava, e che il giorno dopo spedì al fratello dal paese vicino.

Si fiondarono nel primo bar che videro accanto alla chiesa, che quasi miracolosamente era aperto come se aspettasse solo loro e mangiarono tutto ciò che poterono, comprese le fragole con la panna sopra.

Una particolarità di questo bar era il bagno. Esattamente in linea con le descrizioni che Stefano Benni dà dei bagni dei bar sport: introvabile.

Bisognava uscire dal bar e rientrare da una seconda porta sulla sinistra che conduceva ad un corridoio. Ignorate le prime porte che si aprivano sul muro di destra, si entrava dalla terza. Si arrivava in una stanza larga, dove si aprivano ancora parecchie altre porte. Almeno un paio di queste erano i bagni.

Lasciato il bar, si sdraiarono sul prato davanti alla chiesa a riposare un po’. Non passarono nemmeno pochi minuti che alle loro orecchie giunse un ronzio di motore.

Bisogna sapere che in quelle terre verdi e fertili, questa era la stagione dell’erba alta. Gli abitanti avevano in quel periodo un unico passatempo che li appassionava evidentemente parecchio: tagliare l’erba. Così proprio quel giorno era stato scelto per rifare il prato. Per fortuna il tizio era ancora lontano da loro, ma il silenzio fu rotto del tutto.

Proseguirono finalmente in discesa. Naturalmente lungo la strada apparvero tutti i ristoranti, agriturismi, bar e tavole calde, pasticcerie e gelaterie, promesse dai cartelli durante l’arrampicata. Erano saliti dalla parte sbagliata della collina. Se ne fecero una ragione, ormai erano sazi e proseguirono. Dopo qualche chilometro di tornanti, presero una lunga strada in discesa che proseguiva dritta senza curve e aveva una pendenza terribile. Arrivati quasi in fondo, si fermarono a guardare la cartina. Se fossero andati avanti sarebbero arrivati sulla superstrada. Loro non potevano assolutamente prenderla. Sarebbe stato pericolosissimo. L’unica possibilità era risalire. Praticamente un suicidio, anche volendo trascinare le bici a mano.

Ora, bisogna sapere che non è solo la Madonna ad apparire ai viaggiatori in difficoltà, ma ci sono varie divinità o entità, non importa di quale grado siano, che usano tutti i poteri a loro disposizione per rendere la vita più semplice a chi marcia per chilometri e chilometri. Il dio che accompagnava i due ciclisti era il Tiberino, dio del fiume. Evidentemente pentitosi di averli fatti penare così tanto per trovare un luogo dove mangiare, decise finalmente di venire loro incontro. C’erano due vecchietti in un campo sul bordo della strada. Inizialmente gli dissero di seguire la superstrada per un paio di chilometri per uscire poi su una via secondaria. Quando capirono che con le biciclette era impossibile prendere la superstrada, li indirizzarono verso un bivio da cui si raggiungeva un sentiero bianco non asfaltato. Bisognava solo risalire ma di pochissimo, appena qualche metro. Così, scampato il pericolo, i viaggiatori proseguirono.

Passarono sotto la superstrada e ripresero la vecchia via Tiberina, anch’essa non asfaltata. Si ritrovarono di nuovo in mezzo ai campi. La strada si biforcava: da un lato arrivava ad un vecchio casale, dall’altro saliva a perdita d’occhio. Presero la prima via, ma oltre la casa non continuava e per di più si dovettero allontanare immediatamente per non finire inseguiti dai cani che già iniziavano ad abbaiare. Cominciarono così ad arrampicarsi nell’altra direzione, non troppo convinti. Allora il dio Tiberino venne loro di nuovo in aiuto. Si materializzò sotto forma di ragazzo su un’apetta, che veniva verso di loro. Lo fecero fermare e gli chiesero dove portasse quella strada. Disse loro col suo accento ormai decisamente ternano, che dovevano salire ancora un po’, circa 500 metri. Poi la strada iniziava a scendere, arrivava a un ponte attraversato il quale si giungeva a Fratta Todina.

Dopo almeno un chilometro in mezzo a un bosco, (fecero sicuramente più di 500 metri) la strada scendeva e si reimmetteva sulla provinciale. C’era un bivio, senza naturalmente alcuna indicazione. Girarono sulla destra, chiedendo aiuto al navigatore satellitare sul telefono del Ninja. Dopo un po’ si accorsero che avevano sbagliato direzione e tornarono indietro. Trovarono finalmente il ponte sul fiume e arrivarono a Fratta Todina. Il dio Tiberino li aiutò ancora. Passarono da un parco giochi e chiesero se c’erano posti dove dormire in quel paese. Una donna disse loro che lì non avrebbero trovato niente, ma a Marsciano c’era sicuramente un bar con affittacamere. Erano sette chilometri in pianura. Così come il concetto di chilometro, anche quello di pianura era abbastanza relativo in una regione dove le pendenze erano estreme. Per fortuna, però, in quel caso pianura voleva dire discesa, perciò per i primi chilometri furono molto facilitati e andando a tutta velocità, riuscirono ad arrivare a Marsciano prima che il sole calasse definitivamente. Trovarono effettivamente l’affittacamere e per quella notte si arrangiarono così.

Marsciano

Marsciano era un paese più grande di tutti quelli che avevano visto prima ed essendo vicino Perugia, c’era già un’atmosfera di città. Il paese dei laterizi, scriveva l’insegna e infatti tutti gli edifici storici erano costruiti in mattoni. Fu da lì che Assunta spedì la cartolina che aveva comprato a Todi.

La mattina, nella hall in penombra dell’edificio in cui avevano dormito, aggiustarono la bicicletta di Assunta, dato che durante l’ultima pedalata verso Marsciano il pedale aveva cominciato a traballare. Dopo aver fatto un giro per il paese ripartirono.

Usciti da Marsciano il pedale tornò a muoversi, così si fermarono davanti a una casa proprio sulla strada, dove un vecchio signore stava trafficando nel suo garage. Aveva attrezzi di tutti i tipi e li mise loro a disposizione. Così scoprirono che il problema era dovuto alla corona e con un pesante pappagallo il Ninja riuscì ad avvitarla per bene. Il pedale non si mosse più.

Ripresero il viaggio. Ormai Perugia era vicina e la strada era tutta in pianura. Assunta correva perché aveva fretta di arrivare. Si fermarono a un cimitero e fecero scorte d’acqua. Due signore chiesero loro dove fossero diretti e gli dissero che se volevano vedere un posto bello dovevano andare per forza ad Assisi.

Nei pressi di Perugia iniziarono i problemi. Dovevano andare dagli zii di Assunta, che vivevano in un quartiere che Assunta non conosceva, si ricordava soltanto il nome della via e sapeva che era situato più in basso rispetto al centro della città. Questo li portò in errore, poiché si affidarono al navigatore satellitare. Si arrampicarono per pendenze estreme, facendo un sacco di fatica ad avanzare portando la bici a mano. In poco tempo erano saliti tantissimo e quando videro il cartello “Perugia”, la strada continuava a salire in mezzo a case sparse sulla collina. Tutto intorno naturalmente verde. Il sole era a picco, era l’ora più calda del giorno. Arrivarono fino al centro della città, poi scesero ma di poco e uscendo finalmente dal groviglio di strade e stradine, arrivarono a Monteluce, uno dei quartieri più alti di Perugia, situato quasi alla stessa altezza rispetto al centro della città. Il ninja disse ad Assunta che se le avesse detto subito il nome del quartiere che lei non ricordava, sarebbero potuti salire per i tornanti, che avrebbero un po’ spezzato la ripida pendenza. Ma ormai erano arrivati e poco importava. In cambio delle loro fatiche, furono ospitati per quel giorno dagli zii di Assunta e non ebbero problemi né per mangiare né per dormire. Il pomeriggio freschi e riposati fecero una passeggiata nel centro storico.

Perugia, cittadina molto carina in cima alla collina. Perugia, città di artisti e musicisti che cercavano con la loro arte di opporsi alla morte generale della cultura. Perugia, città di massoni che controllavano tutto ciò che succedeva o non succedeva. Perugia, città di studenti. Perugia fatta di salite e scale mobili, dove però, le biciclette cominciavano a prendere piede, adeguandosi alle pendenze mostruose. I due arrivarono, dopo molto camminare, davanti a un portone rosso, sopra il quale c’era scritto “Ciclofficina”. Era chiusa, ma vi era affisso un volantino che lanciava un incontro rivolto al pubblico per conoscere i pregi e i vantaggi della bicicletta a pedalata assistita.

Dopo Perugia

Il giorno dopo, scendevano per i tornanti. Il primo cielo della mattina era grigio e coperto di nuvole. A tutta velocità superarono la collina e in breve si ritrovarono di nuovo a valle. Si fermarono in un bar/alimentari con tavolini, a prendere un pezzo di pizza bianca con la cipolla, che da quelle parti chiamavano schiacciata. Assunta non si sentiva molto bene a causa delle mestruazioni che le erano venute proprio quel giorno e andò subito in bagno. Aprì la prima porta che trovò ed effettivamente al di là vi era il gabinetto anche se non era indicato da alcun cartello. Vi si fiondò dentro, non potendo trattenersi. Quando uscì, mentre era seduta al tavolino, la proprietaria del locale, davanti a tutti, le chiese se fosse stata lei ad entrare in bagno, lasciandolo sporco e dimenticando la luce accesa. Le precisò che il bagno era privato, che era maleducato entrarvi senza permesso, che nelle case degli altri così non si fa. Assunta era arrabbiatissima, per colpa del ciclo lo era anche più del normale e avrebbe voluto urlarle contro, ribattere che nella sua casa non si vendeva roba da mangiare, e che se in un locale con tavolini il bagno dovrebbe essere obbligatorio per legge, ma si trattenne, si alzò, andò in bagno, lo pulì per bene, spense la luce e senza aspettare oltre le provocazioni, prese la borsa e uscì.

Ora quella donnina avrebbe avuto da parlare con le comari del paese per i prossimi anni, di una maleducata che usava il bagno altrui senza permesso e senza riguardo alcuno.

Dopo qualche chilometro si fermarono a un bar. Stavolta, la ragazza al banco fu un vero angelo, capì al volo la situazione e si affrettò ad aprire il bagno prima ancora di dar loro il te.

Riattraversato il fiume, Assunta si sentì meglio e proseguì il viaggio più tranquilla. Erano ora su una strada in mezzo ai boschi. Era una parte del percorso indicato come cammino di San Francesco ed era segnato sui cartelli come pista ciclabile e per cavalli. In realtà il traffico non era vietato, era solo intimato agli automobilisti di stare attenti al passaggio di “altri veicoli”. Passarono per diverse tenute appartenenti tutte alle stesse famiglie. Case di campagna, circondate da immensi campi, un tempo probabilmente abitate dai membri delle famiglie proprietarie, dalla servitù, i contadini, con le dispense e la legnaia. Ora non c’era più niente, erano solo capanni per gli attrezzi agricoli e il lavoro di centinaia di persone era svolto da un solo trattore. Poi la strada si perdeva tra i boschi. Sopra di loro avevano le montagne e al di sotto in mezzo ai rovi, appariva l’azzurro del fiume. Arrivati alla fine di quella strada ripresero per un pezzo quella principale e poi deviarono per una via che era segnata come interrotta. Con le biciclette passavano ugualmente, e anzi erano più tranquilli per l’assenza di automobili. Presto scoprirono la causa dell’interruzione: una frana. Loro vi passarono in mezzo e arrivarono presso un altro ponte, ad Umbertide. Lo attraversarono e andarono a mangiare.

Alla trattoria assistettero ad una delle discussioni più agghiaccianti che si possano ascoltare nelle province dell’entroterra italiano. C’era un gruppetto di “maschietti” medi italiani seduti intorno a un tavolo. Oggetto della discussione: le puttane. Problema: se costasse di più andare in un nightclub o pagare una escort per tutta la giornata.

Assunta per la seconda volta trattenne a stento l’arrabbiatura, e la voglia di tirare contro quei quattro qualche oggetto contundente.

Dopo Umbertide mancavano pochi chilometri ormai per l’ultima tappa del giorno. Dovevano arrivare a Città di Castello. Non furono i chilometri a stroncarli, ma più di tutto il traffico della provinciale e il vento contrario.

Arrivarono alle porte di Città di Castello talmente frastornati che dovettero fermarsi su un prato sul ciglio della strada sotto un enorme cartellone pubblicitario. Intorno a loro c’era un rumore infernale, ma oltre la strada c’erano le colline verdi e fertili, tutte al loro posto che emanavano una calma totalmente fuori luogo viste dalla strada trafficata.

Prima di entrare in città attraversarono ancora una volta il Tevere.

Città di Castello

Città di Castello era una cittadina medievale, circondata da mura con due porte: da una si entrava e dall’altra si usciva dalla città storica. Era più grande rispetto agli altri paesi dell’Umbria, ma si respirava comunque l’aria del paesino. Era una città ricca, di gente ricca, ma solo se del posto: chi veniva da fuori aveva poche possibilità di sopravvivere. Tutto costava carissimo, pure ciò che si vendeva al mercato.

Era una città molto fredda con le case dai muri spessi e in pietra, riscaldata dai camini e dalle stufe a legna, anche ad aprile.

I due viaggiatori furono ospitati dall’ex compagna del Ninja e si concessero un giorno di riposo.

Così, la mattina dopo, girarono un po’ per il centro, tra i vicoli. In piazza c’era uno stand della Lega Nord, a breve ci sarebbe stato il comizio del vicepresidente del partito e tutti i pensionati della città si erano riuniti intorno allo stand. Assunta e il Ninja restarono a guardare. Volevano studiare la situazione e cercavano di prenderla a ridere per non cominciare a piangere.

Il comizio durò tre minuti. Tre minuti di cazzate, ma dette in modo convinto, semplice e apparentemente chiaro, con parole che colpivano dritto nel cuore di tutti quei pensionati che avrebbero voluto davvero vedere abolita la legge Fornero sulle pensioni, che credevano davvero che i loro figli non avevano lavoro per colpa degli immigrati, che l’euro fosse l’unica causa della crisi e che lo stato ci avrebbe guadagnato un bel po’ di soldi se le prostitute fossero state regolarizzate. Il politico parlò infatti di stranieri, ci tenne a specificare che non voleva cacciare gli immigrati per una questione di razzismo, ma perché il lavoro non c’era nemmeno per gli italiani, figuriamoci per loro. Sorvolò naturalmente sul fatto che gli stranieri si facevano sfruttare per pochi spicci per lavori che nessun Italiano avrebbe mai accettato. In quanto alle prostitute, disse che rispetto ad altri paesi, in Italia aveva visto donne trattate in maniera brutale, aveva assistito a scene vergognose e che per evitare questi atteggiamenti, ci voleva una legge che regolarizzasse la prostituzione.

Ma forse non tutti credevano davvero a tutte quelle fandonie, magari la maggior parte era lì ad ascoltare un po’ per cortesia, un po’ per mancanza di altro da fare.

Comunque c’era da imparare a sentire parlare certe persone e vedere l’effetto che le loro parole avevano su chi le stava a sentire. Erano dinamiche di cui bisognava tenere conto. Non per condividerle, ma proprio per capire come combatterle.

 

Dafne Rossi

Aprile 2014

Lungotevere cap. 1 – Uscendo da Roma

Castel Giubileo

La cosa bella dei ponti di Roma è che ognuno rappresenta un pezzo a sé di architettura. Si distinguono l’uno dall’altro: ci sono ancora quelli in pietra antichi costruiti dai romani e altri più moderni realizzati per far fronte alle esigenze del traffico cittadino. Uno dei ponti più belli è sicuramente Ponte Milvio, tra i più antichi e non accessibile alle automobili. Da qui comincia una pista ciclabile che si addentra all’interno di un parco dove non esistono più strade asfaltate né palazzi. Siamo a Castel Giubileo. Sembra di essere già usciti da Roma. Si passa attraverso campi da tennis, prati in cui pascolano greggi di pecore, laghetti pieni di rane, torrenti, e naturalmente il Tevere con le sue anatre, i gabbiani e i cormorani, che scorre in mezzo ai boschetti lungo tutto il percorso. Il sabato e la domenica si riempie di biciclette, da quelle leggerissime di carbonio, a quelle da passeggio, alle mountain bike.

Colui che ha progettato questa pista ciclabile doveva essere una persona estremamente sadica. È costituita tutta di piccoli ma profondi avvallamenti, e perciò a ripide discese si alternano ardue salite, in cui bisogna spingere forte sui pedali per evitare di rimanere in fondo.

Alla fine della pista si arriva all’altezza del Grande raccordo anulare e da qui partono due delle principali vie consolari, la Flaminia e la Salaria, entrambe ad alto scorrimento. L’idillio finisce e bisogna tornare in mezzo al traffico. L’idea di mettere almeno un piccolo tratto di ciclabile o inserire una stradina laterale per chi voglia raggiungere in bicicletta sano e salvo luoghi meno trafficati non ha minimamente sfiorato la mente di chi ha progettato questo percorso. Così, se si riesce a non perdersi nell’immenso groviglio di strade del raccordo e a non finire dritto sull’autostrada, si può imboccare la Flaminia.

È proprio da questo punto, una volta lasciata ufficialmente la città di Roma, che il racconto inizia.

Il viaggio alla foce è invece rimandato per il momento dai due ciclisti, sia per l’inaccessibilità di alcune zone, come Ostia antica, sia per l’obbligo di seguire, in quella direzione, strade ad alto scorrimento, vietate alle biciclette, nonché pericolose.

La via Tiberina

I due viaggiatori svoltarono per un paio di svincoli pericolosissimi cercando di evitare di perdersi sul raccordo. Chiesero indicazioni, passarono sotto un ponte e si ritrovarono sani e salvi sulla Flaminia: la percorsero per un breve tratto. Alla loro sinistra c’era solo il grigio dell’asfalto, le auto, il fumo. Alla loro destra, però, in mezzo alle transenne e sotto l’autostrada che correva loro di fianco, si riusciva a intravedere una nota di azzurro. Era il Tevere, che continuava placidamente a scorrere al loro fianco, nonostante il paesaggio tutt’intorno si fosse profondamente trasformato. Si sarebbe quasi potuto pensare a un bellissimo spettacolo se non fosse stato appunto per tutto il contorno. Non potevano nemmeno fermarsi a guardare poiché rischiavano di essere travolti da un momento all’altro da qualche automobilista particolarmente infervorato.

Riuscirono a interpretare nel modo giusto le varie indicazioni e ad imboccare finalmente la via Tiberina.

Tra i molti luoghi orrendi presenti nella periferia di Roma, il primo tratto della via Tiberina era sicuramente ai primi posti per bruttezza. Innanzitutto, a dispetto del nome, e dei tanti nomi che avevano gli esercizi commerciali (hotel, bed & breakfast, ristoranti, un grosso centro commerciale) su questa strada, il fiume Tevere non si vedeva mai. Il fiume scorreva infatti oltre l’autostrada che a sua volta correva a fianco della via Tiberina. Inoltre, come si accennava, c’erano una serie di bar o ristoranti esattamente a ridosso dei pannelli insonorizzanti dell’autostrada, dove si poteva provare l’ebbrezza di prendersi un caffè con paesaggio le auto rombanti.

A lato della strada c’era anche un camioncino di un venditore ambulante di verdure, accanto al quale un cartello scritto con un pennarello rosso, prometteva offerte speciali.

Arrivati al centro commerciale Tiberino la strada si divideva in due. Un tratto diventava leggermente più tranquillo, fatto di villette una dietro l’altra e il paesaggio intorno iniziava a diventare più verde. Il Tevere non si vedeva ancora.

Sul ciglio della strada, sopra un muretto, era seduta una ragazza. Non doveva avere più di 16/ 17 anni. Non portava nulla di vistoso, era semplicemente molto bella. Aspettava. Probabilmente che si fermasse qualche auto con a bordo un uomo solo in cerca di attenzioni.

Ne incontrarono tante di ragazze come lei. Alcune altrettanto giovani, altre più grandi di età, o che tali si dimostravano, molte con un seno enorme, sicuramente rifatto, messo in bella mostra, altre ipertruccate con le labbra gonfie. Molte straniere, di colore. Alcune erano sedute semplicemente sui muretti a bordo strada, altre erano attrezzate con una sedia o una poltrona sgangherata e una bottiglia d’acqua. Altre ancora aspettavano sedute dentro un’automobile parcheggiata.

Perché così tante? Era davvero la fame, la crisi, la povertà? O semplicemente un fenomeno che si era sempre verificato? O quello era l’unico lavoro certo in un mondo così precario?

La cosa più triste era quando si incontravano sedie vuote e auto parcheggiate senza nessuno a bordo. Al novanta per cento, quelli che si fermavano erano gli stessi che facevano le morali, uomini possibilmente d’affari e magari sposati, che andavano a messa la domenica. Quelli per cui le donne si distinguevano in due categorie: mogli o fidanzate/ sorelle o parenti varie sacre e intoccabili da un lato, e puttane che potevano essere “usate” da tutti e a piacimento dall’altro. Quelli che pensavano alle donne che li riguardavano come roba di proprietà e che se avessero sorpreso qualcuna delle loro a fare questo mestiere l’avrebbero ripudiata all’istante. Esseri abietti, i “maschi” medi italiani.

Passarono esattamente in mezzo a un complesso di case e ad un angolino c’era una tavola calda con i tavoli quasi in mezzo alla strada. Là i due si fermarono a mangiare.

Nazzano

Man mano che si allontanavano da Roma, sembrava che il traffico diminuisse, il verde aumentasse e l’aria si alleggerisse un po’ dello smog causato dal traffico.

Si incontravano finalmente i primi paesini veri e propri, esterni alle maglie di quell’immensa città.

Una strada laterale che scendeva ripida portava verso Nazzano. I due viaggiatori, stanchi e un po’ incerti sul tragitto da percorrere, la imboccarono nella speranza di trovare un posto dove riprendersi, riempire le borracce e riflettere un po’ sul proseguimento del viaggio.

Un’insegna apparve loro davanti: Bar Punto di riferimento. Era esattamente quello di cui avevano bisogno. Un punto fermo sul loro cammino. Si fermarono per un caffè.

Il paese si trovava un po’ in alto e da una terrazza si vedeva il fiume che scorreva tra file di alberi e prati verdi. La vista di un paesaggio finalmente bello e naturale li tranquillizzò.

Alla fontana sullo spiazzo davanti al bar riempirono le borracce. Mentre aspettavano di pagare, in mezzo a un gruppo di uomini che giocavano al gratta e vinci o compilavano le schedine del totocalcio, il ragazzo che stava alla cassa aveva assicurato loro che quell’acqua l’avevano sempre bevuta in paese, ma che ora era considerata non potabile poiché avevano cambiato i parametri di legge. Dato che nessuno dei paesani di Nazzano mostrava di essere a rischio di morte a causa di quell’acqua, i due avevano deciso che non ci doveva essere pericolo.

Ponzano Romano

Poco prima di sera arrivarono nel comune di Ponzano Romano e andarono dritti a un bed&breakfast le cui indicazioni avevano trovato lungo la strada e che avevano chiamato per telefono appena arrivati all’ingresso del paese per assicurarsi che vi fossero camere libere. Ponzano era un tipico paesino medievale, con alte mura e vicoli stretti e con i pavimenti in pietra. Imboccarono una minuscola stradina, scesero dalle bici e le poggiarono al muro, poi si sedettero aspettando che la proprietaria del B&B venisse ad aprire loro la stanza: passò un bambino che non doveva avere più di sei anni, il quale si fermò e li guardò come se fossero degli alieni atterrati dallo spazio. Chiese loro cosa ci facessero in quel luogo, se fossero in vacanza. Soddisfatta la sua curiosità, diede ancora uno sguardo alle biciclette cariche di bagagli e filò via allontanandosi per il vicolo, senza aggiungere nient’altro e senza rivolgere un saluto. A parte quel bambino, il paese sembrava disabitato, non c’erano rumori di alcun tipo. Dopo un buon quarto d’ora di attesa, arrivò una donna, che aprì il bed&breakfast e mostrò loro la camera.

C’era tutto l’essenziale di cui potevano aver bisogno per dormire una notte, era tutto tenuto pulito e in ordine, quasi meglio di un albergo. Al piano di sotto c’era la sala della colazione, la donna disse che se volevano potevano anche cenare. Quando però, dopo un po’ di tempo scesero a portarle i documenti, trovarono un carabiniere e preferirono cercare un altro posto per la cena. Non che avessero nulla da nascondere, ma avere un rappresentante delle forze dell’ordine come vicino di tavolo non era proprio il massimo: i carabinieri avevano un dono nel far sentire a disagio chi gli stava intorno, anche quando uno sapeva benissimo di non aver fatto niente. Specialmente se erano in divisa e con un’arma alla cintura.

Così cenarono in una pizzeria, poi girarono a lungo per i strettissimi vicoli, in cui passava a malapena una persona. Nonostante ciò, stranamente, le automobili parcheggiate riuscivano a trovare posto. Le case sembravano disabitate, solo qua e là si intravedeva qualche luce alle finestre.

Si faceva fatica a credere che tantissimi anni prima, senza gru e mezzi meccanici, si fossero riusciti a portare tutti quei massi fin lassù e costruire muri così alti.

Davanti al municipio trovarono un’auto che, pensarono, doveva essere l’auto blu del comune: una panda, blu per l’appunto, con la scritta “Comune di Ponzano Romano”.

Anche la mattina dopo, mentre preparavano i bagagli, il paese era immerso nel silenzio e sembrava abbandonato. Eppure dei segni di vita c’erano, come i panni stesi sui fili tra i balconi ad asciugare, che in realtà, erano posizionati troppo in alto rispetto alle finestre, impossibile capire come fossero arrivati fin lassù. La signora venne a portargli la colazione, e mangiarono nella buia sala dove la sera prima avevano incontrato il carabiniere. C’erano cornetti, burro e marmellata, per la maggior parte tutta roba impacchettata, niente dolci fatti in casa.

Mentre tiravano fuori le bici nel vicolo deserto, ripassò il bambino, chiese loro: “Siete ancora qui?” e si perse di nuovo chissà dove.

Dalla terrazza della piazza, sotto il primo sole mattutino, si poteva godere della vista del Tevere; là il fiume formava una lunghissima ansa, piegandosi su sé stesso.

L’acqua si intravedeva in mezzo a due file di alberi. Sulla sinistra, poco più in là, c’era l’autostrada, che da lassù appariva piccola piccola, con le auto in miniatura che la percorrevano avanti e indietro.

Dall’altra parte del fiume si vedeva Magliano Sabina, un paese che era esattamente di fronte a Ponzano Romano. Probabilmente, dai campanili delle due chiese principali, posti esattamente uno davanti all’altro, la gente si parlava scambiandosi segnali di fumo. Il Ninja spiegò ad Assunta che Ponzano era l’ultimo paese di quella zona che fu Etruria, mentre Magliano Sabina era il primo paese della Sabina. Il fiume segnava un confine naturale tra le due regioni.

Da Ponzano scesero per un bel po’. Arrivati sulla provinciale, videro una strada bianca non asfaltata. La presero, ma portava per i campi e poi si interrompeva, così tornarono sulla via principale e proseguirono. C’erano due auto di carabinieri in sosta, sembrava quasi che si fossero fermate tra di loro.

La strada iniziò a salire. Con la marcia leggera la si poteva pedalare in tutta tranquillità, lentamente e chiacchierando. Erano su quella che i due viaggiatori definivano “salita onesta”, cioè dalla bassa pendenza. Si trovavano in mezzo ai boschi e il tragitto diventava piacevole.

Poi scesero di nuovo. D’improvviso in mezzo alla campagna, apparve una specie di parco giochi, delle giostre da lunapark, con grande folla di uomini, donne e bambini. Si allontanarono in fretta da quel casino e incrociarono due tizi in bicicletta che gli dissero di andare via subito. Infatti nella direzione opposta alla loro, stava arrivando un gruppo di ciclisti in corsa. C’era una gara. Scapparono via e si ritrovarono finalmente a pedalare attraverso i prati.

Arrivarono a una fonte, sulla quale c’era scritto “Fonte di acqua benedetta, Madonna del Piano.” Un po’ discosta dalla strada c’era infatti una chiesa, che però era chiusa. Riempirono le borracce, l’acqua zampillava da un tubo e andava a finire dentro una vasca piena di muschio e probabilmente di girini e poi si riversava sul terreno creando dei rigagnoli. Era fresca e buona.

Ma ecco che dopo una curva e una piccola salita li aspettava lo spettacolo più brutto che avessero mai visto. In mezzo ai verdi prati, infatti, ben visibile dalla strada principale, c’era un’installazione di statue di cemento, di quelle finte di cattivissimo gusto che si usavano per decorare i giardini. Un cartello grosso col nome e i contatti della ditta che li produceva e delle bandierine dell’Italia.

Dopo aver abbondantemente fotografato quello spettacolo orrendo allo scopo di documentarlo, fuggirono via ancora una volta.

Attraversarono il fiume e si ritrovarono di nuovo su una via tranquilla con case sparse qua e là. Davanti a una casetta, sui fili dei panni stesi ad asciugare, c’era una divisa, quella che usavano gli autisti della società dei trasporti del comune di Roma. Un segno del fatto che ancora non si erano allontanati molto dalla città che continuava a far sentire la sua presenza anche a quella distanza.

Si stavano avvicinando alla stazione di Orte, infatti erano ormai sopra la ferrovia, quando incontrarono un ponte che la attraversava.

Arrivati a Orte si fermarono a mangiare a una trattoria che si chiamava il Caminetto. Un posto carino e tranquillo, ma non ebbero nemmeno il tempo di mettersi comodi, che ecco arrivare un gruppo di nonni coriandolo. Evidentemente al ristorante dovevano essere abituati ai ciclisti, perché la donna che li accolse permise loro di mettere le biciclette all’interno, purché con le ruote non sporcassero il muro. Il locale si riempì di rumori dello spostare di sedie, del tintinnio di bicchieri e posate, di voci (che quantomeno, di positivo avevano di coprire la voce della televisione che era accesa a tutto volume sul programma più osceno mai trasmesso, indovinate voi quale). Dalle loro chiacchiere, i due capirono che i ciclisti erano partiti da Roma quella stessa mattina, peraltro proprio dalla zona da cui loro stessi erano partiti il giorno prima, e ora avrebbero preso il treno per tornare. Nel frattempo, naturalmente dovevano recuperare le energie perdute, perciò si sedettero e divorarono tutto ciò che poterono. Nemmeno i due viaggiatori furono certo da meno.

Penna in Teverina

Mentre salivano lungo i tornanti, nel basso sole pomeridiano, incontrarono un vecchietto che a piedi, pian piano, risaliva verso la cima della collina. Lui li salutò cordiale e proseguì.

Loro lo superarono in bicicletta, ma subito dopo, sfiniti dalla salita, si fermarono a riposare sul ciglio della strada, vicino ad una vasca che un tempo doveva essere piena d’acqua ma che ora era asciutta, con la prospettiva di vederselo arrivare da un momento all’altro, col suo passo lento e regolare.

Ripresero il cammino, ormai erano arrivati a Penna in Teverina. Questo era evidentemente un paese di camminatori che la domenica mattina se ne andavano per i campi a raccogliere erbe e la sera risalivano verso casa. Inoltre era anche una terra dove i bambini montavano biciclette più grandi di loro, finché si spostavano all’interno dei confini del paese: il loro tragitto era casa scuola, scuola casa, non prima di essersi fermati a giocare o chiacchierare sulla strada davanti al bar con gli amichetti. Quando crescevano e i loro confini si allargavano, probabilmente scendevano dalla bicicletta, che era complicato portare lungo la salita, e iniziavano a camminare. Gli abitanti più sedentari, invece, non si spostavano, ma arrivavano al massimo fino al bar dove rimanevano perennemente seduti tutta la giornata. I frequentatori del bar erano per lo più uomini di mezza e anche terza età che vivevano ascoltando la radiocronaca delle partite o dei gran premi che con l’altoparlante era comunque udibile da tutta la piazza, e giocando a carte.

Presero un succo di frutta e sedettero un po’ a riposarsi davanti al bar. Dal giardino di una grande casa arrivava un vocio di ragazzini che giocavano a pallone. Uno di loro raccontava la storia di quella casa, diceva che era molto antica, che l’aveva comprata suo nonno. Mentre riempivano le borracce alla fontanella sulla piazza, notarono una bacheca che doveva appartenere al partito democristiano: una scritta si schierava senza mezzi termini a favore del precedente presidente del consiglio.

Da Penna in Teverina iniziarono a scendere dal lato opposto della collina. Incontrarono lungo la strada folti gruppi di camminatori che andavano nell’altra direzione rispetto alla loro (gli abitanti più nomadi di Penna in Teverina appunto).

Intanto erano già in direzione di Giove, e, ancor prima di accorgersi di aver sbagliato strada, perché erano entrati nel paese che avrebbero dovuto solo sfiorare dall’esterno, erano già lanciati su una discesa ripidissima a 60 Km/h. L’errore non stava infatti nella direzione da seguire, ma nell’aver preso la strada più ripida per arrivare a valle. Per fortuna, l’avevano presa in discesa, perché nella direzione inversa, sarebbe stato alquanto arduo. In realtà così avevano forse guadagnato un po’ di chilometri.

Lungo la strada c’erano diversi cartelli: “Vendesi sabbia del Tevere”. Assunta pensò al suo bel mare azzurro con le spiagge dalla sabbia chiarissima e finissima e immaginò un cartello che diceva “vendesi sabbia di mare”. Perfino in questo periodo di privatizzazione e mercificazione di tutto, sarebbe stato impensabile vendere quella terra di cui ognuno poteva usufruire liberamente e a piacimento. Invece il Ninja le disse che la sabbia del fiume era molto utilizzata per l’edilizia. E c’erano vere e proprie guerre tra chi aveva interesse a prelevare questa risorsa.

Alviano

La strada per Attigliano era tutta in pianura. Lunga e affiancata da case gialle.

Attigliano era caratterizzato dalle strisce blu. Poche case accatastate su un unico incrocio, senza una vera e propria struttura di paese: davanti ad ogni casa però, c’erano le strisce blu per il parcheggio.

Da lì seguirono le indicazioni per la stazione di Alviano.

Anche qui la strada era tutta in pianura, e passava attraverso prati e campi.

Al tramonto, i due arrivarono in un punto dove l’accesso alla strada per le auto era interdetto. Loro proseguirono con tranquillità, pensando che alla peggio avrebbero potuto piazzare la tenda in un punto qualsiasi in mezzo ai campi. Già cominciavano a guardarsi intorno alla ricerca di un punto strategico prima che il buio li sorprendesse, quando arrivarono a un bivio: un cartello segnava Alviano scalo verso destra e un agriturismo a sinistra. Andarono prima a sinistra, c’era una casa con una veranda che dava su un piccolo giardino. Sulla veranda, un’altalena. Sembrava tutto abbandonato. Suonarono a lungo, chiamarono, ma non vi fu risposta. Così andarono verso Alviano, anche se ormai si stava facendo buio e quasi per miracolo trovarono un affittacamere proprio davanti alla stazione. Il proprietario possedeva anche il ristorante. Fece loro un prezzo che lui definì “minimo”, che però non comprendeva colazione né cena, anche se, guardando il listino prezzi alla porta della camera, scoprirono che il prezzo minimo era ancora più basso. Almeno gli aveva permesso di mettere le bici al coperto, dentro una sala che probabilmente veniva usata per ricevimenti.

Quella sera cenarono al ristorante, in compagnia di un tizio dall’aspetto di boss mafioso, che dal suo tavolo sembrava guardare tutto con l’aria del padrone davanti al quale chiunque si fa in quattro per servirlo, e di una bionda con maglietta leopardata che girava tra i tavoli, e non si capiva che relazione di parentela/ amicizia avesse con la famiglia proprietaria del locale.

La stazione di Alviano era un luogo completamente anonimo. Anche questo era un insieme di case in mezzo a cui passava la provinciale. Non si poteva dire che fosse brutto, ma nemmeno bello. Attraversando la strada, dietro a varie vie secondarie e case, e a una piazzetta/marciapiede con una targa ai caduti di guerra, c’era un grande prato, con delle piccole pozze di acqua piovana, in cui si riflettevano i primi raggi del sole della mattina. Al di là del prato, molto lontano, le colline. Assunta che era uscita di mattina presto, col sole che sorgeva a dare un’occhiata intorno, tornò indietro verso l’hotel, ripassando da una casa con giardino che confinava proprio col prato, e dalla chiesa, una chiesa moderna in mattoncini rossi, di quelle costruite in tempi recenti con forme sempre più sconcertanti.

Dopo colazione, Assunta e il Ninja chiesero alla donna che stava al bancone (la madre del proprietario), da dove potevano entrare nell’oasi di Alviano.

L’accento in questa zona cambiava notevolmente e il dialetto diventava decisamente umbro. La donna non aveva assolutamente idea di dove fosse l’oasi del WWF, e probabilmente non l’aveva nemmeno mai sentita nominare.

Sulla strada, una giovane mamma che aspettava lo scuolabus insieme al figlioletto, li indirizzò verso il paese successivo, da dove sarebbero potuti entrare all’oasi.

Infatti poco più in là trovarono un ponte sulla ferrovia, e oltre il ponte iniziava un sentiero non asfaltato, su cui c’erano i cartelli del WWF che indicavano il percorso ciclabile. Dal lato opposto al percorso c’era un casone giallo e dietro a questo una casa in pietra. Accanto un capannone per gli attrezzi e i macchinari agricoli. Nel capannone, in mezzo a roba d’ogni tipo, trovarono persino un paio di sci d’acqua. Poche tracce di vita, sembrava tutto abbandonato. C’era anche una vecchia renault bianca scassata.

Presero il percorso ciclabile, ma a dispetto del cartello, era un sentiero accidentato, quasi impossibile da percorrere, almeno con le bici da strada. In compenso però il paesaggio era bellissimo, pedalavano in mezzo all’erba alta, non c’erano auto a intralciare il passo e gli unici rumori che si sentivano erano i versi degli uccelli, il ronzio degli insetti e lo scorrere del fiume che per l’appunto passava proprio di fianco a loro. In quel punto, le coste erano molto alte rispetto all’acqua e tutto era protetto da un groviglio fitto di alberi e cespugli in mezzo ai quali si potevano appena intravedere uccelli di ogni tipo che nuotavano o volavano a pelo d’acqua, o appollaiati sui rami. Data l’inaccessibilità alle rive del fiume, la vita di questi volatili si svolgeva per lo più tranquilla. C’erano cigni, anatre dalla testa rossa che si tuffavano continuamente, cormorani piazzati su paletti di legno piantati nell’acqua.

Ogni tanto davanti a loro volavano degli insetti stranissimi, un misto tra ragni volanti ed enormi zanzare.

Arrivarono davanti a una grossa costruzione circolare, che sembrava molto recente e al cui interno dai vetri si vedevano tracce di quelli che dovevano essere stati (o sarebbero dovuti essere) uffici, forse di informazioni per l’oasi o qualcosa del genere. Sembrava non finita ma non c’era traccia di cantieri che segnassero una qualche continuazione dei lavori. Al solito, tutto era abbandonato. Dietro questa costruzione, c’era un altro casale antico, forse in origine proprietà di famiglie contadine. Più avanti, invece, c’erano dei cantieri e l’uomo che guidava la ruspa, fermò la macchina per farli passare.

Finalmente giunsero all’oasi ufficiale del WWF. Un pezzo di terra recintato e chiuso al pubblico da un cancello su cui campeggiavano scritte del tipo “ingresso vietato ai non visitatori”, “il luogo è aperto alle visite giorno tot, ore tot”, “il prezzo del biglietto è:” “le visite fuori orario vanno prenotate”. Poi “area videosorvegliata” e “si prega di fare silenzio”. Ancora, simboli del WWF, del comune di Alviano (anche se non si era più ad Alviano), della provincia, della regione, e di altri 4 o 5 enti pubblici. Accanto al cancello c’era una bacheca nella quale erano esposti pezzi di rifiuti di diverso tipo, con accanto indicato il loro tempo di degrado nell’ambiente, perciò con la richiesta di non disperderli. Era un luogo usato soprattutto a scopi didattici o per promuovere campagne di sensibilizzazione volte alla protezione dell’ambiente. Infatti, quasi in risposta al cartello che pregava il silenzio, arrivò un vocio di ragazzini, con a capo una donna che faceva loro da guida e che li radunò tutti in un angolo per dar loro le prime informazioni utili sull’oasi prima di portarli all’interno. Poi un tizio uscì dal cancello e lo richiuse, e grazie a lui scoprirono che non solo le visite oltre gli orari di apertura, ma anche quelle normali dovevano essere prenotate. Vedendo arrivare la valanga di ragazzini rinunciarono volentieri alla visita, dato che la cosiddetta oasi non aveva nulla che si adattasse al nome: il vero paradiso, lo avevano appena attraversato, per arrivare fin lì.

C’era un secondo ponte sulla ferrovia, lo attraversarono e ripresero la strada.

 

Dafne Rossi

aprile 2014